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La Sala ovale : episodio 3

20 settembre 2008

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Alitalia fallirà? Chi lo sa. Certo è che lo spettacolo andato in scena in questi ultimi mesi è stato letteralmente disarmante. Non è questione di destra e di sinistra, perché le voragini in cui sopravvive la compagnia di bandiera sono vecchie di almeno vent’anni, quando iniziò cioè lo sperpero di denaro pubblico con il fine (puramente utopista) di salvare capra e cavoli. I buchi neri non andavano cercati a Ginevra, bastava fare un salto sulla Magliana a Roma. Quella di Alitalia è una storia incredibile, fatta di privilegi a dir poco vergognosi, con caste privilegiate che come quelle indiane sono intoccabili. I piloti che se non andavano negli hotel a cinque stelle non si imbarcavano; le madames hostess che dovevano essere trasportate qua e là su comode auto a carico delle locali società aeroportuali. Ventunomila dipendenti, due hub nazionali. Un’enormità del tutto fuori luogo, del tutto ingestibile. Negli anni si sono alternati Presidenti più o meno illustri, Amministratori delegati più o meno competenti, Commissari dai cognomi più o meno bislacchi (ditemi voi come si fa ad affidare il salvataggio finale di qualcosa ad uno che si chiama Fantozzi…). Abbiamo scoperto che era buona norma raddoppiare, triplicare le poltrone nei Cda delle varie società controllate, abbiamo saputo che addirittura era stato creato un comitato speciale incaricato di decidere i nomi degli aerei… Un’enciclopedia non era più economica? No, evidentemente. Ma si sa, si dirà che siamo in Italia, e che da noi le cose vano così, tutto sempre in caciara. Robe da terzo Mondo. Difficile dar torto a queste voci. Come se non bastasse questo ritratto da wagneriana cavalcata delle valchirie (o da Requiem verdiano, decidete un po’ voi), abbiamo esportato nel globo terracqueo le immagini delle eleganti signorine di verde vestite e di superuomini in uniforme con le alette festanti e commossi. Commossi e festanti per il fallimento della propria compagnia. Commossi e festanti per aver perso il posto di lavoro. Il loro posto di lavoro. Tutti i media, giustamente, si sono catapultati nel proporre un confronto tra i dignitosissimi dipendenti della fallita Lehman Brothers, che mestamente e silenziosamente radunavano le proprie cose e lasciavano il futuristico palazzone newyorchese, e il popolino d’Alitalia in preda ad una schizofrenia, ad un’orgia, ad un’estasi fuori luogo e del tutto immotivata. Vabbè, è Italia anche questa. Abbiamo assistito alle liti tra Sindacati, con un Bonanni in versione Padre della Patria pronto a sottolineare con tono baritonale “la drammaticità del momento”, con uno stranamente non sorridente Angeletti quasi distrutto dalle trattative. E abbiamo assistito ad un Epifani sprovveduto, che ha commesso la più grande gaffe che il suo Sindacato potesse commettere: primo, perché si è staccato dagli altri confederali mettendosi insieme alle siglette dei capopopolo rionali alla Masaniello; secondo, perché ha dimostrato (e lo sottolineano pure autorevoli quotidiani vicini al centro-sinistra) che ogni volta che si deve aver a che fare con Berlusconi Silvio, la Cgil tende a mettere i bastoni tra le ruote. E’ un peccato. Infine le sue belle responsabilità le ha pure il Capo del Governo, spregiudicato in campagna elettorale (e pure dopo) nel dipingersi come colui che divinamente avrebbe compiuto il miracolo salvano Alitalia. E ora siamo qui, sul baratro. E’ l’Italia, bellezza…

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