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Che poesia!!!

23 aprile 2007

dal Corriere di oggi..... di Beppe Severgnini

Mio figlio ed io siamo andati a prenderla dentro la cassapanca, dove l'avevamo chiusa cinque anni fa: e l'abbiamo tirata fuori, più bella che mai. La nostra bandiera a scacchi nerazzurra — con cui mamma, donna di poca fede, voleva farsi una gonna — adesso sta appesa al balcone. Niente trionfalismi: solo una piccola celebrazione privata. Devo dire: il tricolore e il nerazzurro stanno bene insieme. Capisco: chi soffre di turbe psicocromatiche diverse, può non essere d'accordo. Ma si metta nei nostri panni. Ieri, 22 aprile 2007 (compleanno di Lenin e Montanelli), s'è chiuso un cerchio aperto dolorosamente il 5 maggio 2002 (morte di Napoleone). E s'è chiuso nel migliore dei modi: campionato dominato, titolo a cinque giornate dalla fine. L'Inter non sarà mai una squadra normale, né ci teniamo che lo diventi. Da adesso in poi, però, sadici, gufi e rompiscatole dovranno trovarsi un altro obiettivo.
Ovviamente, secondo tradizione, l'epilogo è stato imprevedibile (è rimasto deluso chi s'aspettava una di quelle cavalcate sabaude, senza scossoni, arrivo in perfetto orario). Ieri a Siena tutti prevedevano un pomeriggio di passaggio, ed è arrivato lo scudetto (giocando contro i bianconeri, che non guasta). Mercoledì tutti s'attendevano lo scudetto ed è arrivata la sconfitta in casa con la Roma: festa rimandata per ottantamila persone a San Siro e qualche milione fuori dai cancelli. Non c'è niente da fare: l'Inter, come la primavera e le belle donne, fa sempre il contrario di quanto uno s'aspetta. Comunque è acqua passata e — come sempre — va presa con ironia. Una qualità che noi interisti abbiamo acquisito da tempo, insieme a una notevole agilità verbale, allenata in diciott'anni di discussioni difficili (ultimo scudetto sul campo: 1989). Ora siamo nuovamente campioni d'Italia, e abbiamo una dialettica maggiorenne. Scusate se è poco. Sia chiaro: lo scudetto 2005-2006, gentilmente scucito dalle maglie altrui, è risultato gradito (ai tifosi, alla società, ai giocatori): aveva un sapore diverso, ma non cattivo. È stato la vendetta di Paperino: scoprire che Gastone non era solo bravo e fortunato, ma frequentava anche la Banda Bassotti, è stato prima una sorpresa, poi un sollievo. Quest'anno, per la prima volta, l'Inter e gli interisti sembravano spensierati. La chiave della stagione, forse, è tutta qui. Moratti e Mancini hanno fatto bene, quindi, a dedicare il 15˚titolo «a Facchetti» e «a tutti gli interisti». L'onesto Giacinto ci ha buttato un occhio dall'alto. Noi tutti abbiamo tenuto duro qui in basso: e, come sapete, non è stato sempre facile. Certo, ora possiamo festeggiare: ricordando, come diceva Churchill, che «i problemi della vittoria sono più piacevoli di quelli della disfatta, ma non sono meno ardui». Verremo circondati da amici improvvisati, euforici incompetenti e cattivi perdenti.
Chi non ha chiesto scusa per quanto è accaduto negli ultimi anni, non riuscirà a farci i complimenti per questa marcia trionfale. Peccato: un'occasione sprecata. Lo scudetto ha avuto molti protagonisti: dal bomber Matrix al maestoso Maicon, dal tenente Zanetti al giulivo Julio Cesar, dal fidato Figo al robusto Burdisso, dall'extraterrestre Ibra al Coniglio Mannaro (Ronaldo, che ci ha fatto il piacere di andare da un'altra parte). Un personaggio di cui s'è parlato poco, ma ieri è finito in tutte le fotografie (ci avete fatto caso?), è Julio Cruz, detto «il giardiniere». Conquistato lo scudetto, ha detto: «Sono contento d'aver giocato tutta la partita». La spiegazione del successo è anche nell'ambiente sereno che — finalmente — s'è venuto a creare. Mancini, dandy timido e testardo, ha dimostrato d'avere le idee chiare, i nervi saldi e s'è fatto rispettare dai giocatori. Per lui il difficile comincia adesso. Il mondo del calcio si comporta infatti come le donnine nei casinò: appena uno vince qualcosa, corrono tutte da lui. Il signor Roberto dovrà stare attento: altrimenti le sue vincite se le mette in tasca qualcun altro. Sarà interessante vedere, nei prossimi giorni, come la tifoseria più stoica saprà gestire il momento dionisiaco: i filosofi avranno materiale da studiare. Escludo arroganza e presunzione. Quelle sono state, per anni, il marchio di qualcun altro.
Ma è chiaro che il successo — come la ricchezza, la fama e altri trabocchetti della vita — rischia di rendere antipatici. Ho letto da qualche parte che il presidente avrebbe già assunto toni spavaldi, aggressivi, poco interisti. La reazione dopo la squalifica di Adriano, in effetti, è parsa eccessiva («una decisione che fa ridere, una cretinata infinita, una buffonata»). Massimo Moratti in versione Terminator, però, non ce lo vedo. Diciamo che è arrivato un suggerimento malizioso di Peppino Prisco, liberato nell'aria di primavera. Quanto gli piacerebbe essere a Milano, in queste ore, e chiamare uno per uno tutti gli amici milanisti. Gli juventini no, non li andrebbe a cercare: aspetterebbe che si facciano vivi. Lo stesso faranno tutti gli interisti di buon senso e di buon cuore, nei prossimi giorni. C'è bisogno, infatti, di un armistizio: perché la Juve è necessaria, l'anno venturo. Riporterà il tricolore a Torino se avrà più gambe, più fegato e più fantasia. Nient'altro dovrà contare. Nel giorno della festa dell'Inter, solo questo chiedono i bambini del calcio, dai cinque ai novantacinque anni.


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