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La Sala Ovale 2012: le primarie americane

13 febbraio 2012

di Matteo Matzuzzi
Si è aperta lo scorso gennaio, con le primarie in Iowa, la lunga partita delle primarie repubblicane che porterà a fine agosto (nella cornice di Tampa) all’incoronazione dell’uomo chiamato a sfidare Barack Obama alle presidenziali di novembre. Il parterre dei contendenti si è già assottigliato, dopo la rinuncia della paladina del Tea Party, Michelle Bachmann, e del bravo Jon Huntsman, già ambasciatore a Pechino. Sono rimasti in quattro e nessuno di loro sembra convincere più di tanto l’elettorato tradizionale repubblicano. Battistrada è indubbiamente Mitt Romney, già governatore del liberal Massachusetts, che tenta per la seconda volta di ottenere la nomination del partito. Romney, mormone milionario, se la deve vedere con l’ex speaker della Camera Newt Gingrich, con l’ex senatore conservatore della Pennsylvania Rick Santorum e con il pazzoide libertario Ron Paul. Romney, in teoria, non dovrebbe avere ostacoli sulla propria strada: è quello che ha più mezzi finanziari, è il più competente in campo economico, è moderato. Eppure, ciò non sembra bastare. La base del partito si è spostata sempre più a destra, correnti e movimenti radicali hanno preso il sopravvento sulla parte più centrista del partito. Il risultato è che oggi tirano più i Gingrich e i Santorum piuttosto che uno come Romney. Il problema è che l’unico in grado di pescare nel bacino degli independenti è proprio l’ex governatore del Massachusetts, mentre gli altri candidati sono esclusi in partenza dalla possibilità di competere con Obama. Basterebbe solo questo a far turare il naso ad evangelici e simpatizzanti della destra, convincendoli che non c'è altra possibilità che votare Romney. Ma gli States sono particolari, e quel che altrove sarebbe scontato, a quelle latitudini non lo è. E’ per questo, dunque, che il Grand Old Party si trova ad essere diviso, lacerato, incapace di riunirsi attorno ad un nome in grado di competere ad armi (quasi) pari con il presidente uscente. La strada per Tampa è ancora lunga, e il rischio di giungere ad una convention aperta, dove nessuno dei contendenti ha la maggioranza dei delegati, è sempre più reale.

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